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Archi & Tetti: l’ultima “fatica” di Gigi El Tarik

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L’Italia non è più un Paese solo per ricchi ; non lo è più neanche per gli architetti. Il Cnappc (Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori) denuncia redditi medi da ‘in capienti’, senza peraltro avere alcuna garanzia ‘sindacale’ né cassa integrazione né bonus statali; debiti con le banche per quasi la metà dei progettisti italiani che nessuno paga, considerato che i giorni necessari per ottenere un pagamento da parte della Pubblica Amministrazione sono oltre 218, quelli da parte delle imprese 172 e, dei privati, 98. Se per i giovani far architettura in Italia è un sogno, paragonabile a quello degli aspiranti musicisti o attori, nel Meridione è sicuramente molto più complicato. In Calabria, terra dei “ferri della speranza”, le armature dei pilastri che sbucano dai solai e si stagliano al cielo come se volessero aggrapparvisi, sono diventati l’emblema del “non-finito” che caratterizza un po’ tutto il Meridione. Un costume ampiamente diffuso che dagli anni ‘70 ha trovato cittadinanza ovunque, salvo rare, rarissime eccezioni. Riuscire a vivere o sopravvivere di architettura in Calabria, è quasi impossibile. I problemi sono tanti e noti da molto tempo, ed il futuro appare incerto e nero. Chi vuole far l’architetto deve avere ben chiaro in mente che ad attenderlo c'è un cammino arduo e che bisogna gioire di ogni piccolo e insignificante traguardo. L'economia stagnante della Calabria rende difficile trovare clienti, ed a questo s’aggiunge il sovrannumero dell'offerta di professionisti del settore edilizio e la saturazione del mercato, con l'abnorme realizzazione di piani di lottizzazioni, dalle casette tutte uguali con spioventi in calcestruzzo. Ricordo come Leon Battista Alberti definiva il mestiere di architetto : “ Architettore chiamerò io colui, il quale saprà con certa, e maravigliosa ragione, e regola, sì con la mente, e con lo animo divisare; sì con la opera recare a fine tutte quelle cose, le quali mediante movimenti dei pesi, congiungimenti, e ammassamenti di corpi, si possono con gran dignità accomodare benissimo all'uso de gli homini”. Non si possono perseguire in un progetto i consensi di tutti indiscriminatamente. Fare l’architetto è condurre una continua battaglia. I “cattivi” sono tanti quanti i fattori che hanno reso il mestiere di architetto un’arte contaminata: i quattrini, il potere, l’urgenza, le complicazioni, ma anche le radici, l’innovazione, la natura, i bisogni della gente, che sono invece il lato più bello, sano e autentico della vita. Questi sono i limiti di questo mestiere. Il racconto del tempo, della memoria, della natura e del corpo fuso con il desiderio di trasformare la faccia del mondo. La costruzione degli oggetti mescola il tempo nello spazio. Lo spazio che ci ospita ci fa dimenticare il tempo, ogni spazio è memoria e futuro. Il tempo quotidiano, della natura e degli anni che verranno sono dentro lo spazio così come "l'oblio - scrisse Jorge Luis Borges - è una delle forme della memoria, il suo remoto sottosuolo, rovescio segreto della medaglia". L'architettura moderna è prevalentemente luogo pubblico, costruzione di città, luogo di civiltà e di incontri, quindi dovrebbe rappresentare un avamposto contro la barbarie. La curiosità e la radice umanistica della bellezza sostengono e reggono il tutto, le città ma anche gli edifici. Quella stessa bellezza che rischia continuamente di divenire un'idea inarrivabile. L’architettura ha una doppia natura, una autonoma e l’altra eteronoma. Nel primo caso essa è “poesia” perché il progettista, come il poeta, asseconda le sue emozioni, le sensazioni, le passioni; nel secondo caso essa ricorre alle altre scienze per essere compresa.
È un'idea che sbarcò sulle coste del Mar Ionio dove: “ Arrivarono i Greci e non distrussero…la vacca di Vitella. Immediatamente la posero sotto la protezione di Hera, che così divenne Hera Lacinia. Cambiò il nome della Patrona, cambiò lo stile architettonico del tempio, ma allo stesso suggestivo posto rimase lo stesso simbolo”.   Tutto questo gran parte degli archi & tetti calabresi lo ignorano ed ecco perché, a distanza di millenni nonostante il “titolo” di cui si fregiano, nonostante la loro abilità artistica, sono nella realtà solo dei disegnatori per l’edilizia e passa-carte. Lo fanno per un misero stipendio mensile, meno di quello di un impiegato di commercio non particolarmente capace, si mettono al servizio di imprenditori, di costruttori e di altri architetti, ritenendolo l’unico sistema per poi mettersi in proprio. Anche l’orario di lavoro è quello dei lavoratori del commercio. È indifferente a questi “archi & tetti” che le loro opinioni artistiche concordino o meno con quelle dei loro datori di lavoro. Anzi, la maggior parte di loro non ne ha affatto. Dicono sempre di si. Ma quando si ritrovano coi loro colleghi di fede prendono bellamente in giro il loro capo – ecco come ci si comporta in termini mercantili già fra archi & tetti – e credono di fare chissà che cosa quando si scagliano contro le vecchie usanze. E il giorno dopo, alle 9 precise, sono già di nuovo freschi al lavoro per le prossime 10 ore. Questi appena descritti sono i cosiddetti “fortunati” rimasti a lavorare nella Terra degli speranzosi ferri . In questo luogo riusciranno forse a realizzare un solo progetto e sarà quello della propria “villetta” in collina dove crescere la prole che chiederanno di firmarlo a qualche amico “collega” che ha sostenuto gli esami per l’iscrizione all’Ordine e paga le tasse annuali per l’iscrizione all’Albo. Sembrano non avere più la consapevolezza che la sola proporzione di un muro può dare all’animo umano la stessa emozione di gioia artistica, lo stesso turbamento segreto e profondo di un capolavoro di Caravaggio, Rembrandt o di Picasso. Poi ci sono, e sono la maggioranza, quelli che si sono laureati in Architettura o in qualsiasi altra facoltà universitaria. Questi sognano l’insegnamento, un posto negli Uffici della Regione o altri enti pubblici, negli uffici tecnici dei Comuni, negli uffici catastali e quant’altro. E infine la residua minoranza che vuole a tutti i costi fare il mestiere di architetto. Questo sparuto gruppetto una mattina si sveglierà, dal sogno di esser nato in un mondo in cui “ gli Dei non si vergognavano di essere uomini ed i filosofi, gli artisti,…di essere Dei”, metterà insieme della roba nel proprio trolley, prenderà il proprio portatile e si avvierà all’aeroporto. Destinazione: Cina, Malesia, Australia, Nuova Zelanda, USA, Canada. A questi pochi ma “diversi” non mancherà il coraggio. Non si lasceranno spaventare dalle barriere che si troveranno davanti e che aumenteranno man mano che si allontaneranno da “casa”. Non si arrenderanno. Non perderanno lo stimolo per crescere, per andare avanti e dimenticare la terra degli speranzosi ferri e ricominciare a pensare alla bellezza dell’ architettura che non sarà altro che, ricordando una analoga definizione di Stendhal della bellezza, “una promessa di felicità”. In questo nostro Medio Evo il neo architetto si porrà la questione del nuovo come necessità ineliminabile dell’ Architettura. In questo millennio avrà ancora il gusto delle arti che tuttavia sembra aver perduto il dono di produrre “bellezza attraverso le pietre, il misterioso segreto della seduzione attraverso le linee il senso della grazia nei monumenti”. Per lui/lei, la funzionalità, la stabilità e l’economicità degli edifici non saranno considerati dei fini ma dei semplici mezzi per arrivare alla bellezza intesa come il più alto dei contributi che l’Architettore potrà dare alla questione sociale dei Paesi che contribuirà a formare.

Gigino Adriano Pellegrini & G el Tarik

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