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Se c’è uno che davvero non ha titolo per esibire i gradi del capoclasse e segnare alla lavagna i nomi dei buoni e dei cattivi nel giorno che si ricorda la strage di Capaci, quell’uno è Leoluca Orlando Cascio.

 

 

 

Perché se c’è uno che ha alacremente contribuito alla sconfitta del giudice Falcone mentre questi era impegnato a combattere i Corleonesi ormai padroni della mafia in Sicilia dopo la mattanza delle vecchie famiglie palermitane, quest’uno è proprio l’ineffabile sindaco di Palermo.

Desta perciò un sentimento di sincera repulsione ritrovarselo ora a ciglio umido sottobraccio alla nutrita schiera degli “amici di Giovanni“.

L’Italia è abituata ai sequestri di memoria e la Sicilia è l’isola di Pirandello.

Nulla di strano, allora, se il furioso detrattore di ieri diventa l’implacabile censore di oggi.

Più furbo di un branco di volpi, Orlando Cascio ha colto al volo la presenza di Matteo Salvini alla commemorazione di Falcone per disertare polemicamente la cerimonia.

Un minimo di decoro istituzionale gli avrebbe dovuto ricordare che la presenza del ministro dell’Interno ad una manifestazione in cui, oltre al giudice a sua moglie Francesca Morvillo, si ricordano anche tre poliziotti morti, è un atto dovuto.

In una nazione normale ne sarebbe stata notata l’assenza, non stigmatizzata la presenza.

Ma tant’è, Orlando Cascio ha bisogno di far passare i cavalleria le sue feroci invettive contro Falcone: dall’accusa di «lasciar dormire» nei cassetti della Procura palermitana le indagini sui cadaveri eccellenti ai dubbi seminati a piene mani sulla natura mafiosa del fallito attentato dell’Addaura, fino a culminare in un’opera di irresponsabile delegittimazione quando Falcone andò a dirigere gli Affari penali del ministero della Giustizia su proposta dell’allora guardasigilli Claudio Martelli.

Per Orlando Cascio fu la prova del “tradimento”.

Per Totò Riina la certezza che a Roma quel magistrato era ancor più pericoloso per Cosa nostra. Infatti, lo fece saltare per aria.

Questa, piaccia o non all’antimafia di professione, è la verità.

Da non dimenticare.

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Salgono a 11 i casi di epatite colestatica acuta , non infettiva e non contagiosa, riconducibili al consumo di integratori a base di curcuma segnalati dall'Istituto superiore di sanità.

A darne notizia è il ministero della Salute.

 

 

 

 

 

Sono in corso verifiche sul territorio da parte delle autorità sanitarie, per far luce su questa vicenda.

L'undicesimo caso è stato associato al consumo di: Curcuma liposomiale più pepe nero (lotto 1810224, scadenza 10/21, prodotto da Laboratories nutrimea con sede e stabilimento di produzione rue des Petits Champs 20, FR 75002, Parigi).

La segnalazione si aggiunge ai casi associati ai prodotti segnalati in precedenza (

-Curcuma 95% Maximum - lotto 18L264, scadenza 10/2021, prodotto da Ekappa laboratori srl per conto di Naturando S.r.l.;

-Curcuma complex - B.A.I. aromatici per conto di Vitamin shop; Tumercur - Sanandrea; Movart - Scharper SpA, stabilimento a Nichelino;

-Curcuma Meriva 95% 520mg Piperina 5 mg - Farmacia dr. Ragazzi, Malcontenta;

-Curcuma "Buoni di natura"- Terra e Sole).

E a quelli associati ai prodotti segnalati il 10 e il 16 maggio scorsi (

-Curcumina Plus 95% - lotto 18L823 - NI.VA prodotto da Frama; Curcumina 95% Kline - lotto 18M861 - NI.VA prodotto da Frama;

-Curcumina Plus 95% piperina linea@ - lotto 2077-LOT 19B914 - NI.VA prodotto da Frama;

-Curcumina Plus 95% piperina linea@ - 18c590 - NI.VA prodotto da Frama).

"I consumatori - si legge sul sito del ministero della Salute - sono invitati a titolo precauzionale a sospendere temporaneamente il consumo di tali prodotti.

Sono in corso le verifiche per individuare la causa responsabile dei casi di epatite".

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Il 25enne ha raccontato agli inquirenti di aver agito per rabbia e sotto l'effetto di droga.

Il piccolo trovato già morto nell'abitazione con evidenti segni di violenza sul corpicino

L’ha fatto per rabbia. Perché non riusciva a dormire.

 

L’ha fatto senza pietà, accanendosi contro un bambino di due anni che ha avuto appena il tempo di affacciarsi alla vita per poi vedersela strappare via da chi avrebbe dovuto amarlo e accudirlo.

Ha confessato Aliza Hrustic, 25 anni, padre del bimbo trovato morto questa mattina in un appartamento occupato di via Ricciarelli, periferia ovest di Milano, a due passi da San Siro. Ha confessato davanti ai poliziotti e al pm Giovanna Cavalleri.

Evidenti i segni di violenza sul corpo del bambino, che aveva anche i piedi legati. Quando è arrivata l’autoambulanza, il piccolo era già morto.

A chiamare i soccorsi, intorno alle 5 del mattino, è stato proprio il padre.

Al telefono aveva detto che il figlio era in preda a una crisi respiratoria.

All'arrivo dei soccorsi e della polizia, però, c'era soltanto la madre, Silvja Z., una donna croata di 23 anni, incinta del quinto figlio.

La donna ha subito accusato il compagno ed è scattata la caccia all’uomo. 

«Non è stato in grado di spiegare precisamente cosa gli è venuto in mente in quel momento - ha detto il capo della Mobile, Lorenzo Bucossi - Non sappiamo se il bambino stesse piangendo, ha solo raccontato che non riusciva a dormire e che aveva assunto hashish.

Si è alzato e, in preda a un eccesso di rabbia incomprensibile, lo ha picchiato a morte».

Nessuna conferenza stampa è stata indetta.

È troppo l’orrore dei fatti, troppo lo sconcerto degli investigatori, sconvolti da tanta violenza.

L'accusa di omicidio volontario è aggravata dalla minore età del figlio e dal fatto e che l'evento è stato preceduto da maltrattamenti.

Le indagini, come accennato, si sono concentrate subito sul padre, Aliza Hrustic, nato a Firenze, di origini croate, con un precedente del 2016 per riciclaggio e sottoposto in passato per un periodo all'obbligo di firma.

L'uomo è stato rintracciato intorno alle 11,30 nella zona del Giambellino, dove era andato portando con sé le due figlie più piccole.

Gli investigatori avevano localizzato il suo cellulare ma temevano che se ne fosse liberato durante la fuga. 

Silvija Z. e Aliza Hrustic hanno quattro figli, uno vive in Croazia, gli altri due sono stati ora affidati ai servizi sociali.

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