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Secondo le iniziali ipotesi di accusa il carabiniere avrebbe abusato dei suoi poteri e minacciato la donna di denunciare ai suoi superiori lo svolgimento dell’attività di prostituta all’interno della sua abitazione e che l’avrebbe cacciata via dall’Italia perché priva del permesso di soggiorno.

Il militare avrebbe, inoltre, sfruttato la prostituzione della donna pretendendo la dazione di somme di danaro che la stessa avrebbe ricavato dalla sua attività di meretricio.

L’appuntato scelto C. B. , detto Lino, all’epoca dei fatti in servizio al comando dei carabinieri di Catanzaro Lido, avrebbe costretto la donna a corrispondergli in varie circostanze somme di denaro per un totale di 650 euro, a “prestare” favori sessuali gratuitamente e a promettergli indebitamente l’erogazione di 1.500 euro.

Il pubblico ministero Giulia Tramonti ha invocato in aula ieri mattina 7 anni di carcere.

Il Tribunale collegiale presieduto da Tiziana Macrì lo ha condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione.

I giudici del collegio hanno riqualificato uno dei due capi di accusa: induzione a dare e promettere utilità in luogo della concussione, come richiesto dall’avvocato difensore Luigi Falcone, che in aula ha dimostrato come le dichiarazioni della parte offesa fossero inutilizzabili in quanto concorrente nel reato.

E’ rimasto immutato a carico del militare il reato di favoreggiamento alla prostituzione.

Il legale difensore attenderà di leggere le motivazioni della sentenza che verranno depositate tra novanta giorni per ricorrere in appello.

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Cocaina, eroina e marijuana detenute illegalmente e messe in commercio da Vallefiorita a Squillace, da Amaroni a Girifalco.

Il sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro Vincenzo Capomolla ha

chiesto il rinvio a giudizio per ventiquattro indagati coinvolti nell’operazione “Clean the town”, con cui i carabinieri hanno sgominato un pesante giro di droga.  

Si tratta di Alonso Alcaro, 34 anni, residente a Guardavalle; 

Antonio Barganzone, 38 anni, residente a Squillace; 

Mario Buttiglieri, 35 anni, residente a Squillace; 

Valentina Conforto, 29 anni, residente a Palermiti; 

Giuseppe Foderaro, 35 anni, residente ad Amaroni; 

Davide Froio, alias “Pasticcino”, 46 anni, nato a Monza e domiciliato a Squillace; 

Alex Frongia, 24 anni, residente a Squillace; 

Davide Lomanno, 35 anni, di Catanzaro; 

Francesco Maida, 37 anni, residente a Squillace;  

Vincenzo Manno, 22 anni, residente a Montauro; 

Raffaele Manoiero alias “Papuzza”, 50 anni, di Squillace; 

Omar Mercurio, 21 anni, residente a Squillace; 

Paola Perri, 42 anni, residente a Squillace;

Antonio Pungillo, alias “U Turrisa”, 42 anni, residente a Squillace; 

Rocco Raimondi alias “Budda”, 27 anni, residente a Vallefiorita; 

Francesco Sabatino, 27 anni, residente a Squillace; 

Giovanni Saraceno, 22 anni, residente a Girifalco; 

Giuseppe Scicchitano, 38 anni, residente a Squillace;

Giuseppe Serratore, 26 anni, residente a Girifalco; 

Diego Sestito, 27 anni, residente a Vallefiorita; 

Salvatore Francesco Turrà, 45 anni, di Palermiti; 

Rhama Ungaro, 28 anni, residente a Squillace; 

Antonio Vetrò, alias “Pampina”, 29 anni, residente a Squillace; 

Giuseppe Ziparo, 30 anni, residente a Girifalco.

Durante l’attività di indagine, delegata ai carabinieri è emerso come giovani uomini e donne del Catanzarese comunicavano tra loro in modo criptato per non essere scoperti.

Caffè, birretta, birra, gli appellativi utilizzati per vendere sostanze stupefacenti, in un arco temporale che va dal 2012 al 2113.

Un’attività di indagine in cui furono rilevate precise responsabilità sulla commissione di reati contro il patrimonio per finanziare il mercato della droga.

Adesso la parola passa al gup del Tribunale di Catanzaro, che una volta ascoltate le arringhe difensive dei legali Rita Cellini, Salvatore Staiano, Annamaria Mungo, Vincenzo Fulvio Attisani, Gianni Russano, Piero Chiodo, Emilio Vitaliano, deciderà se rinviare a giudizio gli indagati.

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"Passi finché si tratta di qualche imprecisione causata dalla scarsa dimestichezza con le norme e procedure tecniche, ma la misura è colma quando si agisce per aizzare la popolazione contro chi fa il suo dovere".

La Direzione dell'Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Calabria) replica alle dichiarazioni rilasciate ieri dal Comitato Ambientale Presilano sulla gestione della discarica di Celico (CS).

"La vicenda della discarica di Celico, di cui evitiamo di fare il resoconto storico perché riteniamo sia nota a tutti sta pericolosamente scivolando da una questione ambientale legata alla protesta di un comitato, che si arroga la pretesa di rappresentare le popolazioni di un territorio, verso una squallida polemica finalizzata a mantenere alto il livello della tensione e, quindi, dell’attenzione, si badi bene, non più sulla vicenda ambientale ma su personaggi in evidente astinenza da presenza mediatica.

Detto ciò - e informando il Comitato e chi lo rappresenta che dovrà spiegare le sue affermazioni sulla stampa ad un giudice, perché abbiamo dato mandato ai nostri legali di sporgere querela a tutela dell'onorabilità dei nostri tecnici e dell'Arpacal - informiamo il pubblico, che vuole sapere correttamente la verità dei fatti e dei dati ambientali acquisiti, cosa è in realtà successo il 12 settembre scorso nell’impianto MiGa di Celico, anche alla presenza di rappresentanti di alcuni Comuni e dello stesso Comitato

Innanzitutto il controllo svolto il 12 settembre scorso non rientra tra quelli ispettivi, previsti nel piano di monitoraggio ambientale di cui all’AIA (autorizzazione integrata ambientale) rilasciata dalla Regione alla MiGa, in quanto l’impianto dal 21 giugno scorso ha sospeso le sue attività su disposizione della stessa Regione.

Quello che il Comitato non ha detto, perché non gli interessa o non vuole farlo sapere, è che questo controllo era stato ampiamente comunicato a tutti gli enti territoriali, invitati a presenziare anche con propri tecnici. Il perché di tale invito sta proprio nell’avvio delle procedure di monitoraggio olfattometrico tanto richiesto dalle popolazioni del territorio e pianificato con Arpacal dal Dipartimento Ambiente della Regione dopo l’intervento del Presidente Oliverio.

I campioni prelevati il 12 settembre scorso, infatti, sono stati immediatamente trasferiti al laboratorio specializzato di Arpa Piemonte che, come anticipato peraltro da Arpacal nel febbraio scorso, è stata coinvolta in questa iniziativa.

Il tutto nell'ambito della rete delle agenzie del SNPA (Sistema Nazionale della Protezione dell'Ambiente) e quindi con l'ausilio di una Arpa con esperienza specifica.

L’obiezione del perché vi sia stato un controllo ad impianto non operativo è assolutamente puerile oltreché disinformata; è stata proprio l’Arpa Piemonte che, sulla base della pianificazione degli interventi sulla discarica, dopo aver chiesto un primo sondaggio tecnico nel luglio scorso, ha chiesto il prelievo di campioni di aria ad impianto non operativo, nell’ipotesi che, qualora l’impianto dovesse riaprire, sia così possibile un confronto tra “il prima ed il dopo”.

I nostri tecnici, ai quali va la nostra più ampia solidarietà per gli attacchi mediatici costantemente subiti e per i quali promuoveremo in questo caso azioni giudiziarie a loro tutela , hanno giustamente rifiutato di firmare un documento, quello proposto dal consulente tecnico del Comune di Celico, per due ordini di motivi: il primo sta nel fatto che l’unico verbale che doveva essere stilato, e nel quale i comuni, la ditta ed il comitato erano stati invitati a fare le loro opportune dichiarazioni nonché sottoscrizioni, era quello dell’Arpacal, ente tecnico-scientifico avente titolo a procedere per come incaricato dalla Regione; il secondo motivo sta nel fatto che un semplice foglio firme presenza, così era stato presentato, era diventato una accozzaglia di annotazioni varie rilasciate dai presenti, che non poteva acquisire alcun significato tecnico tantomeno giuridico.

Sull’apertura dei capannoni o delle porte che accedono al biofiltro, le dichiarazioni del Comitato sono assolutamente false e lesive della nostre onorabilità: i tecnici hanno operato secondo le procedure previste dalla normativa sia nei capannoni che conservano i rifiuti, e sia sul biofiltro.

Tanto si doveva".

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