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Leggiamo che “Le riserve idriche, in Calabria, non sono ancora in situazione di allarme, ma le criticità potrebbero emergere nel corso dell'estate.

La siccità incombe sia sull'agricoltura sia sulle risorse idropotabili.

L'approvvigionamento della regione è assicurato da 25 invasi, fra grandi e di media e piccola dimensione, la cui gestione è ripartita fra i Consorzi di bonifica, cui fanno capo 9 dighe; Enel e Sorical, la società mista a cui è demandata la distribuzione dell'acqua ad uso potabile.

La capacità è di 898 milioni di metri cubi d'acqua, ma le riserve sono già sottodimensionate sebbene non ancora in rosso.

Dice il presidente regionale della Coldiretti, Pietro Molinaro:"Al momento non ci sono situazioni critiche, grazie all'esistenza di una rete di invasi e infrastrutture, realizzate anche negli ultimi anni, che, se potenziata, consentirebbe alla Calabria addirittura di esportare l'acqua".

Preoccupa ciò che potrebbe avvenire nei mesi estivi, quelli più caldi ma anche quelli in cui la presenza dei turisti lungo le coste calabresi determina un incremento notevole dei consumi d'acqua. Il problema deriva innanzitutto dalle scarse nevicate dello scorso inverno sugli altopiani, in particolare sul massiccio della Sila.

Per questa ragione la Sorical sta per inviare una lettera ai Comuni, invitandoli a gestire al meglio l'acqua disponibile, evitando in primo luogo gli sprechi derivanti da un utilizzo improprio ma anche a vigilare sul fenomeno sugli allacci abusivi e a individuare e sanare eventuali perdite lungo le condotte.

La Sorical prevede possibili criticità sulla fascia costiera cosentina e nell'Alto Ionio cosentino e, per quanto riguarda l'acqua destinata al consumo civile, la zona del Crotonese, dove invece dovrebbe essere sufficiente quella destinata all'agricoltura.

Migliore la situazione di Catanzaro e del Vibonese; nel primo caso grazie al duplice uso dell'acqua di alcuni invasi, come quello del Passante, attrezzato sia a scopo irriguo sia per alimentare la rete idrica cittadina; nel secondo grazie alla diga dell'Alaco che garantirà acqua a sufficienza, mentre per quanto riguarda la città di Reggio ed il suo hinterland sta per entrare in esercizio la diga del Menta. In ogni caso, nel complesso, la disponibilità d'acqua in tutta la regione potrà accusare un calo compreso fra il 30 ed il 50%.

"A preoccupare - dichiara Sergio De Marco, ingegnere e direttore dell'area operativa di Sorical - sono soprattutto le sorgenti, fiumi e pozzi in particolare, che rischiano di rimanere asciutti. Sarà un'estate difficile e per questo si rende necessario allertare i Comuni".

Qualche riflessione:

Il tirreno cosentino (noi) non avendo grandi invasi, sarebbe a rischio , ma la cosa grave è che sempre noi( come altri, invero) perdiamo, grazie (?) ad una rete “fracumata”, gran parte dell’acqua immessa. Bene allora che la Sorical richiami i comuni ad essere più seri.

Soprattutto Amantea!!!!!!

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Riceviamo e pubblichiamo da Gigino Pellegrini:

“A meno di due settimane dal voto in città, mi è stato chiesto di non essere sempre così “disfattista” e di considerare non si capisce molto bene cosa.

 

Il primo pensiero che mi viene, dovuto a l’amore per il paese dove sono nato, è il seguente.

Potere e arroganza vanno spesso a braccetto, e in particolare se si tratta di un cosiddetto “politico” locale e meridionale.

Ancor più seccante se il potente di turno, arrogante e prepotente si rivela anche cretino, una sommatoria i cui effetti sono letali.

Leonardo Sciascia, che di arrogantemente stupidi, stupidamente arroganti ne incontrò parecchi, compilò una sorta di “classifica”, delle “disgrazie” che possono capitare in un crescendo rossiniano:

1) L’invidia dei colleghi.

2) Gli intrighi.

3) Disprezzo dei potenti.

4) L’imbecillità.

5) L’imbecillità più il fanatismo.

6) L’imbecillità più il fanatismo più lo spirito di vendetta.

Non capita solo al singolo, anche ai paesi; che la Calabria sia un paese strano dove può capitare di tutto e di tutto capita, è cosa di sfolgorante evidenza.

Chi scrive non ha remore ad ammettere che non sa spiegare ad amici stranieri quello che accade in Calabria.

Non lo saprebbe spiegare, del resto, neppure a un italiano, non lo sa spiegare bene neppure a se stesso.

Tutto questo accade perché l’Italia della democrazia è più forma che sostanza.

Non basta, infatti, che i cittadini votino perché un paese si possa dire democratico.

Il banco di prova è costituito dal controllo che si può esercitare sull’operato dei propri rappresentanti.

Il controllo sul comportamento dei politici locali è evanescente, basterebbe riscontrare le entrate ufficiali con il tenore di vita, e chiederne conto.

Ma non lo si fa, potenti e prepotenti si credono onnipotenti.

Perché un dirigente politico si comporta in modo così arrogante?

C’è una sola risposta: perché siamo “Noi” che glielo permettiamo.

Questo avviene per diversi motivi, per ignoranza, interesse, ma principalmente per sfiducia in noi stessi.

A tutti i livelli le persone perbene dovrebbero impedire il malcostume.

Non sono convinto che siano in minoranza, al contrario le persone perbene in questa cittadina tirrenica sono certamente la maggioranza, solo che non conoscono ancora la loro forza.

Dall’altro lato della strada, l’arroganza dei conoscitori del nulla, pieni di auto-ossessioni, è straordinaria come il loro ignorare che la stragrande maggioranza delle persone - e il numero cresce giorno per giorno- conosce molto di più sul mondo e su cosa veramente stia accadendo tra quelle pedine politiche che servono il sistema basato su una bolla.

Gli arroganti cercano di contrastare questo dato di fatto dando vita a un’atmosfera illusoria, nella quale il mondo continua ancora a girare nel modo in cui vogliono.

Se qualcuno gli ricorda come stanno veramente le cose, non potranno far altro che infuriarsi. L'essenza di questi spacconcelli fatti in casa è l'ostentazione della propria superiorità rispetto a tutte le regole sociali, morali, legali e al giudizio della comunità.

L’arrogante agisce sempre in modo tale da dimostrare agli altri che può fare ciò che vuole. Generalmente, dietro la sua apparente sicurezza, mostra dei problemi relazionali destinati a peggiorare con il trascorrere del tempo.

I prepotenti hanno mancanze relative a determinate abilità appartenenti alla cosiddetta “intelligenza emotiva”e, in particolare, risentono negativamente di bassi livelli nello sviluppo dell'empatia. Anche il riconoscimento delle proprie emozioni appare basso e, poiché la consapevolezza dei propri stati emotivi è fondamentale per un'adeguata gestione della vita affettiva, quest’ultima risulta connotata da reazioni emotive istintive che prendono il sopravvento su ogni alternativa ragionata. Le dimensioni linguistiche ridotte sembrano essere direttamente connesse alla tendenza a mettere in atto, costantemente, comportamenti aggressivi quando si verificano situazioni relazionali ambigue, dal momento che non esistono sufficienti capacità di dialogo utili al chiarimento di situazioni problematiche.

E quali sono le paure più profonde del prepotente-arrogante? Soprattutto, direi, quella di fallire. Il fallimento non è contemplato, il fallimento cambia tutto, il fallimento non permette al sé consolidato di confermarsi.

Il fallimento è una rivoluzione di ciò che lui è, lo rende simile agli altri: instabile, confuso, disorientato e incapace di guardare con certezza al futuro.

Con il voto dell’11 di Giugno gli Amanteani hanno la possibilità di far fallire questi signorotti.

Gli Amanteani hanno la possibilità di punire chi vuole a tutti i costi primeggiare e fargli scoprire di essere una nullità.

Penso che sia giunto il momento di dare una sonora lezione a questi arroganti e buffoni ciarlatani.

Beaumont sur Mer 27 maggio 2017 Gigino A Pellegrini & G el Tarik

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concOmnia vincit amor, persino l’appartenenza politica. A questa locuzione di Publio Virgilio Marone, qualche anno dopo rispose Caravaggio con il dipinto Amor vincit omnia. Il dipinto, che prende il titolo e il tema da un passo di Virgilio, Amor vincit omnia et nos cedamus amori" era reso ancora più seducente da una tendina verde che lo ricopriva e che il proprietario toglieva solo per pochi selezionati ospiti.

Era l’estate del 1962. Due ragazzi si incontrano sul corso centrale di un paese di mare. Lei ha 12 anni lui 15. Molti anni dopo, lui dall’altra parte dell’oceano Atlantico, scriveva: ” Se l’intelligenza realizzatrice è un fenomeno unico, lo è altrettanto l’ amore per la politica”. A 50 anni di distanza Jacopo Fo ha raccontato nel suo blog che  L’amore è rivoluzionario. E’ vero. Siamo alla completa disfatta di tutto un sistema politico ed economico e  abbiamo smesso di amare qualunque cosa. Il mondo ha paura dell’amore quindi lo deride e  invidia. L’amore è pieno di paura perché costringe  a mostrarci per quello che siamo e ci mostra l’oscenità delle nostre fragilità. Ai tempi del Medioevo per intraprendere la carriera politica con successo ci volevano antenati cavalieri che avessero seguito l’imperatore in qualche impresa o per lo meno avessero ammazzato un drago. Nel Cinquecento bisognava essere aristocratici colti e mecenati delle arti, o spregiudicati condottieri di ventura. Oggi basta essere prepotente, ricattatore e mariuolo. Lontano mille miglia da concetti profondi come ciò che scrive David Grossman: ” Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui scavo dentro me stesso”. L’amore è un atto di profonda sovversione psicologica, anni di sedute psicoanalitiche non possono competere con lo scuotimento interiore e la potenza evolutiva che ha questo sentimento per la psiche. Questo sentimento è ribaltamento di schemi precostituiti e fallibili, quindi è anche un atto politico.  Che c’entra l’amore con la politica? Immaginate se usassimo questa potenza per sovvertire il nostro destino, per cambiare in senso collettivo ed approdare ad un nuovo rinascimento. Nel Convivio di Platone, Socrate dice che l’amore è amore dell’altro da sé, tende verso ciò che non ha.  Al bando il narcisismo che tristemente motiva le nostre scelte relazionali e sociali : l’amore vero è farsi sorprendere dalla potenza del contatto con l’altro, è continuo stupore e cambiamento di vecchi schemi. Allora, oggi che tutto crolla, è emozionante leggere quel che Marcel Duchamp disse di  Breton: “Amava come un cuore batte. Era l’amante dell’amore in un mondo che crede alla prostituzione”.  In questi giorni, allo squallore paesani stico appesantito dalle elezioni comunali e un dissesto di 24 milioni di euro, preferisco distrarmi con una storia bellissima contenuta nelle “Metamorfosi” di Ovidio.

Polifemo, nella sua mostruosità era anche un sentimentale e spesso sognava il momento in cui avrebbe incontrato una dolce fanciulla da fare sua sposa. Un giorno, mentre era disteso sulla spiaggia, dalle onde del mare vide emergere delle ninfe dalle acque, così belle e gaie da sconvolgergli il rozzo cuore non abituato a vedere simili bellezze. Le bianche ninfe, ignare di essere osservate, nuotavano sulla superficie del mare giocando e inseguendosi, spruzzando con l'esili braccia una candida schiuma e spargendo sulle onde azzurrine profumati petali di rose marine. Polifemo, catturato da tanta bellezza, si nascose a spiarle tra i giunchi e i suffrutici. Al suo orecchio, la dolce melodia del loro canto sembrava una musica celestiale.
ln mezzo alle Nereidi se ne distingueva una, la più bella e la più soave, dalla voce dolce e carezzevole. Polifemo la seguì con lo sguardo mentre, scherzando con le sue sorelle, volteggiava leggera sulle onde. E se ne innamorò perdutamente. Folle d'amore il suo cuore prese a palpitare per la piccola ninfa del mare. Si fece coraggio, uscì allo scoperto e si mostrò. Alla vista dell'orrido Ciclope, le ninfe fuggirono spaventate. 
Solo Galatea, la più leggiadra e la più dolce delle figlie di Nereo e di Doride, più curiosa che sdegnata, venne alla riva a sgridare l'incauto gigante:“ Chi sei tu - domandò - che così brutto e deforme vieni a turbare il canto mio e delle mie sorelle? Come osi insultare la nostra bellezza col tuo aspetto sudicio e deforme?” La bellissima ninfa era una delle cinquanta ninfe del mare, le Nereidi, figlie delle divinità marine Doride e Nereo. Dopo questo incontro, un giorno, Aci un bellissimo pastorello, figlio di Fauno, pascolava le sue pecore vicino al mare, quando vide Galatea e se ne innamorò perdutamente; l’amore fu ovviamente ricambiato dalla ninfa. Aci e Galatea erano innamoratissimi e si rivelavano dunque inutili le avance di Polifemo verso la ninfa. Una sera, al chiarore della luna, il ciclope vide i due innamorati in riva al mare baciarsi. Accecato dalla gelosia decise di vendicarsi. Non appena Galatea si tuffò in mare, Polifemo prese un grosso masso di lava e lo scagliò contro il povero pastorello schiacciandolo. Appena Galatea seppe della terribile notizia, accorse subito e pianse tutte le sue lacrime sopra il corpo martoriato di Aci. Galatea, per tenere in vita il suo amore, trasformò il sangue di Aci in una sorgente e lui stesso divenne un dio fluviale. Il tema mitologico ha dato luogo alla diffusione di un soggetto iconografico prediletto dagli artisti del Rinascimento, quello del Trionfo di Galatea: si tratta di una scena vivace e affollata, nella quale la ninfa campeggia al centro, sul suo carro, una conchiglia trainata da delfini. Il gruppo è sorvolato da alcuni amorini che scagliano frecce in direzione di Galatea.

Gigino Adriano Pellegrini & G el Tarik

 

 

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