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Il Pd chiude a de Magistris: «Mai pensato alla sua candidatura»

Massimo Costa e Tommaso Ederoclite, segretario metropolitano e presidente dell'assemblea del partito democratico di Napoli, dicono:

 

 

«È davvero stucchevole il dibattito che si è aperto in queste ore.

In nessun organismo provinciale, regionale o nazionale si è mai pensato a de Magistris come nostro candidato alla presidenza della regione Campania».

«A tratti fa anche sorridere questa posizione.

Il Pd di Napoli è al governo regionale con De Luca e il nostro appoggio al presidente è indiscutibile. De Magistris è un personaggio in cerca di autore, con la città in ginocchio e i servizi al minimo storico cerca sponde per poter assecondare le sue velleità politiche.

Dorma tranquillo, nessuno pensa a lui - sottolineano –

L'unica preoccupazione che abbiamo è quella di dare supporto civile e politico ai cittadini che sono stremati per la cattiva gestione della città».

«Dopo quasi otto anni di fallimenti è comprensibile che il sindaco cerchi di riposizionarsi politicamente, la sua carriera politica va verso il suo esaurimento, e tra le Europee e la Regione Campania cerca solo di trovare una poltrona e qualcuno che gliela offra.

Il Pd di Napoli - concludono - dovrà lavorare, e molto, per mettere una pezza e cercare di far uscire la città dal guado in cui è finita.

E di questa situazione de Magistris è il principale responsabile».

Intanto De Magistris attacca de Luca dicendo che cerca i voti della Lega.

Pubblicato in Italia

Ecco cosa scrive il buon Pino Furano:

Che il PD da quando è nato (2007), raggiungendo il massimo con Renzi, ha preso per i fondelli tutti gli elettori che lo hanno votato pensando di votare per una politica di sinistra, solo gli ingenui o quelli in malafede possono disconoscerlo!

Che il M5S, che qualche idea di sinistra sembra portarla avanti, ci prenda pure per i fondelli è ancora presto per dirlo!

Io penso che se il M5S dovesse mantenere solo la promessa che dopo due legislature bisogna ritornare alla vita normale e lavorare, compirebbe il più grande atto rivoluzionario di tutti i tempi.

Proviamo a immaginare se questa regola valesse per tutti i partiti in Italia e in tutto il mondo!

Una riforma a costo zero che aiuterebbe l’affermazione e l’esercizio della democrazia!

E non è sensato pensare che questa riforma potrebbe essere un argine alla corruzione e alla clientela?

E provate a immaginare solo per un attimo l’Italia senza corruzione e clientela!”

Sarebbe l’Eden

Pubblicato in Basso Tirreno

Con 382 voti a favore e 11 contrari, la Camera ha approvato in via definitiva il decreto che dispone la cessione di 12 unità navali alla Libia per il contrasto al traffico di migranti.

 

 

Dopo un pomeriggio contraddistinto dall'intervento di tutti i deputati dem.

Il Pd non partecipa al voto: “Nessuna garanzia su diritti umani”

Ci aveva provato anche Minniti ma sempre il PD aveva fermato tutto!

Passa alla Camera tra polemiche e accesi scontri politici il decreto per la cessione alla Libia di 12 motovedette, dieci ‘Classe 500’ della Guardia Costiera e due unità navali “Classe Corrubia” della Guardia di Finanza, imbarcazioni di 27 metri con un’autonomia di navigazione di 36 ore: dopo il via libera del Senato del 25 luglio, è arrivata l’approvazione definitiva, con 382 deputati che hanno votato sì, 11 voti contrari, un astenuto e il Pd che non ha partecipato alla votazione.

Lo scontro più energico si è consumato tra il M5s e il Pd che ha rallentato di molto i lavori dell’Aula. L’ultima miccia è stata un intervento della deputata friulana dei Cinquestelle Sabrina De Carlo che ha attaccato le opposizioni spiegando che non hanno a cuore il Paese tanto che se “avessimo una soluzione immediata alle guerre nel mondo, loro farebbero il tifo per i conflitti pur di remarci contro”.

Una presa di posizione che ha suscitato la protesta del Pd che ha improvvisato una sorta di ostruzionismo: tutti i deputati si sono iscritti a parlare. Marta Grande, M5s, presidente della commissione Esteri, ha cercato di placare gli animi per abbassare i toni dello scontro, ma i democratici stanno proseguendo la loro protesta.

Ma il muro contro muro è andato avanti per tutta la seduta. La tensione è palpabile e la situazione è esemplificata da quanto accaduto tra il dem Gennaro Migliore e il leghista Eugenio Zoffili, relatore al provvedimento sulle motovedette. Nel corso del dibattito, il relatore ha mostrato la sua contrarietà all’intervento del collega dem dicendogli “che c… vuoi” e aggiungendo, accompagnando il tutto con il gesto della mano, “vieni qui”. Un gesto che ha scatenato la bagarre nell’emiciclo. 

Il Pd: “Dicono no a emendamenti su diritti umani”

In precedenza l’Aula aveva respinto le pregiudiziali di costituzionalità: il deputato di PiùEuropa Riccardo Magi aveva chiesto lo stop dicendo che l’intervento, in linea con quanto stabilito dal precedente governo, è incostituzionale perché “promuove i respingimenti“. Il Partito Democratico punta il dito contro il governo:“I grillini”, ha scritto il presidente Pd Matteo Orfini, “in Aula bocciano i nostri emendamenti che su cessioni motovedette alla #Libia chiedono come condizione il rispetto dei diritti umani in quel paese. Ancora una volta dimostrano di essere esattamente come i leghisti. Anzi no, una differenza c’è: sono più ipocriti”. “Alla Camera il governo, la Lega e i Cinque Stelle svelano il loro vero volto. Respinti tutti i nostri emendamenti sul potenziamento immediato delle attività di rispetto dei diritti umani in #Libia”, scrive su Twitter il segretario Maurizio Martina.

Nel merito, spiega Piero Fassino, il Memorandum d’intesa con la Libia stipulato dal Governo Gentiloni nel 2017 prevedeva, nel sostenere la cooperazione per il contrasto dell’immigrazione illegale, “anche due impegni precisi e per noi estremamente importanti: il finanziamento di programmi di crescita sociale ed economica delle regioni più colpite dal fenomeno migratorio; e l’apertura di una nuova stagione di tutela assoluta dei diritti delle persone presenti nei centri di accoglienza temporanei, autorizzando controlli del personale dell’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, ndr) e dell’Onu“. Elementi che non sono nel decreto. Per questo il Partito Democratico ha quindi deciso di non partecipare al voto. Viceversa, secondo Luca Pastorino, deputato di Liberi e Uguali, si tratta semplicemente di un comportamento in continuità con le politiche del predecessore del Pd Marco Minniti“.

No al blocco navale

L’aula di Montecitorio, durante l’esame del testo, aveva bocciato ad amplissima maggioranza un emendamento di Fratelli d’Italia che proponeva il blocco navale davanti al Paese nordafricano. “Tutti, da Lega a M5S, Pd, Leu, votano no all’emendamento di FdI per vincolare la cessione delle nostre unità navali al governo libico all’impegno di un blocco navale – scrive su Twitter la presidente di Fdi, Giorgia Meloni – Davvero un voto incomprensibile, dopo anni in cui sicuramente tutto il centrodestra ha chiesto il blocco navale…”.

Cosa prevede la legge

Il provvedimento ora diventato legge consente anche l’utilizzo di due droni da parte della Guardia costiera italiana. Si tratta di due velivoli che verranno utilizzati in via sperimentale innanzitutto per le operazioni di ricerca e soccorso in mare e che potranno essere utili ad individuare eventuali barconi in difficoltà. Inizialmente dovrebbero essere dislocati a bordo delle due navi che la Guardia costiera impiega per il pattugliamento del Mediterraneo centrale, la Diciotti e la Dattilo, ma in futuro potranno anche essere utilizzati per tutte le funzioni istituzionali del Corpo, dai compiti di polizia marittima al controllo delle coste. Entro 120 giorni dall’entrata in vigore della legge, il ministero delle Infrastrutture dovrà emanare un regolamento per stabilire le modalità d’utilizzo dei velivoli.

L’obiettivo dell’Italia è che già entro fine mese almeno le imbarcazioni della Guardia costiera (le due motovedette della Gdf dovrebbero essere pronte ad ottobre) possano entrare nella disponibilità dei libici: c’è infatti “la straordinaria necessità e urgenza di incrementare la capacità operativa” della Guardia costiera e della Marina libiche, si legge nel provvedimento, in modo da “assicurare la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, contrastare i traffici di esseri umani e salvaguardare le vita umana in mare”. Il decreto stanzia un milione e 150 mila euro per “il ripristino in efficienza, l’adeguamento strutturale e il trasferimento” delle imbarcazioni in Libia e un milione 370mila euro per la formazione del personale della Guardia costiera e della Marina libica.

Gentilonui aveva firmato ma non aveva consegnato le motovedette

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Lappano .Sei consiglieri del comune si sono dimessi sfiduciando e mandando a casa il sindaco Maurizio Biasi (Pd).

Il primo cittadino Maurizio Biasi rieletto era in carica dal 6 giugno 2016.

 

Ora dopo non poche tensioni e polemiche la crisi dell’amministrazione comunale del piccolo borgo cosentino.

A provocare il terremoto politico è stata la totale assenza di trasparenza e la totale assenza di democrazia all’interno del consiglio comunale, oltre che alle continue mancanze di rispetto nei confronti dei tre consiglieri di minoranza, componenti del gruppo Movimento Liberal Democratico e dei tre consiglieri della maggioranza, che nei mesi passati hanno costituito un gruppo autonomo in consiglio comunale di fatto staccandosi dalla maggioranza.

La presa di posizione dei sei consiglieri Iolando Iusi, Ottavio Scarpelli e Loredana Aiello (Mld) e Pasquale Principe, Giuseppe Iannuzzi ed Elvira Fabbricatore (Gruppo Trasparenza e Partecipazione) è avvenuta in consiglio comunale a seguito della votazione del revisore dei conti oltre i termini previsti dalla legge.

Infatti il Consiglio è stato convocato dal sindaco solo dopo la missiva ricevuta da parte del prefetto circa la nomina del revisore dei conti ed esponendo i consiglieri comunali a possibili responsabilità penali per comportamento omissivo.

Successivamente, è stato esaminato il punto all’ordine del giorno proposto dalla minoranza riguardante le dimissioni del consulente di staff del sindaco, il quale avrebbe operato non solo con poca trasparenza ma con pagamenti reiterati a suo favore, dei quali il sindaco non ha saputo dare chiarimenti.

Pubblicato in Cosenza

Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato stampa del PD

“Un anno di consiliatura del Segretario PD Amantea Enzo Giacco

 

 

 

 

 

Venerdì 29 giugno 2018 alle ore 20.00 in Piazza Calavecchia - presso la cantina Amarcord – il Segretario del Partito Democratico di Amantea, Enzo Giacco, terrà una conferenza per tirare le somme del primo anno di consiliatura.

L’occasione sarà utile per fare il punto su quanto fatto in merito alle politiche culturali, all’associazionismo, agli stimoli offerti alle politiche socio-assistenziali e socio-sanitarie del Poliambulatorio cittadino, allo sport ed alla gestione delle strutture comunali, alla regolamentazione dei vari aspetti della vita dell’Ente comunale.

Sarà un momento anche per riflettere sulle azioni che dovranno caratterizzare il futuro dell’azione amministrativa, anche con riferimento agli stimoli che il Partito Democratico ha voluto dare nelle ultime settimane.

Tutti i cittadini sono invitati a partecipare.

Amantea, 23 giugno 2018                                                     PD AMANTEA

Pubblicato in Politica

Lo spread sale ed i migranti ci invadono!

Intanto il commissario Ue Oettinger dice: «I mercati insegneranno all’Italia a votare giusto».

Ecco la verità! L’Italia non ha più democrazia, la tanto decantata democrazia costituzionale.

Non ha senso far votare gli italiani.

Al loro posto voteranno i mercati.

Non solo ma la Bce incalza: «L’Italia ripassi le regole».

E poi Moscovici avverte l’Italia: «Ha il destino nelle sue mani».

E non serve a nulla che Salvini dica che . “E senza vergogna”

E che il M5Sn dica : «Juncker smentisca».

Ancor meno che il Pd si indigni e dica che “E’ offensivo”

«I mercati insegneranno agli italiani a votare nella maniera giusta»: è un’entrata a piedi uniti, nella crisi politica, finanziaria ed istituzionale dell’Italia quella del commissario europeo al bilancio Gunther Oettinger. La frase è stata pronunciata dall’esponente della commissione di Bruxelles nel corso di un’intervista a un tv tedesca e lo stesso Oettiger l’ha retwittata. L’intervista andrà in onda in forma integrale questa sera ed è destinata a suscitare reazioni a catena. Lo stesso esponente della Ue pochi giorni fa aveva adombrato il dubbio che l’Italia non fosse salvabile. «Lo sviluppo negativo dei mercati porterà gli italiani a non votare più a lungo per i populisti» si augura adesso Oettinger.

«Ma l’Italia riceverà più soldi»

Le parole di un esponente «falco» della politica comunitaria? Per la verità Oettiger, tedesco ed esponente del Ppe aveva usato una tattica «bastone e carota» nei confronti di Roma, affermando che la Ue si appresta ad aumentare la fetta di fondi comunitari a favore dell’Italia: «Paesi dell’Europa orientale come la Slovacchia, i Paesi Baltici e la Polonia riceveranno meno soldi» da Bruxelles nell’ambito della politica di coesione europea nel prossimo bilancio 2021-2027, essendo diventati più «competitivi», mentre altri che «negli ultimi anni si sono ritrovati in una situazione di maggiore stagnazione, come l’Italia, riceveranno più soldi» aveva detto il commissario in un dibattito all’Europarlamento di Strasburgo.

I mercati

Spread vola fino a 320 punti, la Borsa trema

Salvini: «Io non ho paura»

Immediata la pioggia di reazioni alle parole di Oettinger. «Pazzesco, a Bruxelles sono senza vergogna. Il commissario europeo al Bilancio, il tedesco Oettinger, dichiara `i mercati insegneranno agli italiani a votare per la cosa giusta´. Se non è una minaccia questa. Io non ho paura» annuncia via twitter Matteo Salvini. «Chiediamo al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker di smentire immediatamente il Commissario Oettinger» dice la capodelegazione del M5S a Srasburgo Laura Agea. Anche il segretario del Pd Maurizio Martina si schiera. «Nessuno può dire agli italiani come votare. Meno che mai i mercati. Ci vuole rispetto per l’Italia». Il commissario viene rimbrottato anche dal presidente del Consiglio Ue Donald Tusk: «Per favore rispettiamo gli elettori, siamo qui per servirli non per impartire lezioni». Sia Salvini che il Pd hanno chiesto le dimissioni di Oettinger.

Juncker: «Commento sconsiderato»

«Juncker è stato informato di questo commento sconsiderato, e mi ha chiesto di chiarire la posizione ufficiale della Commissione: compete agli italiani e soltanto a loro decidere sul futuro del loro paese, a nessun altro»: così il portavoce del presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker a proposito dei commenti di Oettinger. Anche il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani stigmatizza le dichiarazioni: «L’Italia non è una democrazia a sovranità limitata. Non sono i mercati a decidere il destino della Repubblica, ma i cittadini con il loro libero voto e le Istituzioni che li rappresentano. Chiedo a tutti di rispettare la volontà degli italiani, in loro ho piena fiducia».

La precisazione di Oettiger

La bufera ha indotto Oettiger e Berndt Thomas Riegert, il giornalista tedesco che per primo aveva diffuso il testo della dichiarazione (e poi rimossa su Twitter) ad alcune precisazioni: «Le prossime settimane - ha detto il commissario - dimostreranno che l’evoluzione dei mercati potrebbe spingerà gli elettori per non votare per populisti di destra e sinistra ...spero che questo mandi un segnale perché non venga data la responsabilità di governare a populisti di destra e sinistra».

Anche Moscovici avverte Roma

Un fatto appare ormai chiaro: non solo i mercati e le agenzie di rating incalzano l’Italia sospettata di voler allentare le politiche di rigore finanziario (innescando il rialzo brusco dello spread e lo slittamento verso il basso della Borsa); anche le istituzioni comunitarie hanno aumentato il pressing politico su Roma. Prova ne siano anche le parole pronunciate in queste ore da un altro commissario Ue, quello all’economia, Pierre Moscovici. «Gli italiani hanno il destino nelle loro mani - ha premesso Moscovici - e sono loro che lo definiscono, tutti come europei siamo attaccati all’idea dell’Italia pienamente europea, al cuore dell’Europa al cuore della zona euro, e ci auguriamo che questa situazione politica trovi la migliore soluzione.

L’analisi

Spread in rialzo: ma perché i mercati continuano a crollare?

La Bce: «l’Italia ripassi le regole»

Non bastasse la commissione Ue, anche la Bce non resta a guardare. Il vicepresidente della banca centrale europea Vitor Constancio ha ricordato (in un’intervista allo Spiegel) che ogni intervento di salvataggio da parte delle autorità monetarie nei confronti di Paesi in difficoltà «è soggetto a regole molto chiare. Intervenire sui mercati dei titoli di Stato di Paesi vulnerabili può essere utilizzato solo se il paese in questione accetta anche un programma di aggiustamento. L’Italia conosce le regole. Forse dovrebbe il caso di dargli di nuovo uno sguardo»

«Fino a quando l’Italia potrà permetterselo»

L’apprensione contagia un po’ tutti gli ambienti, compresa l’informazione. Il siti della Frankfurter Allgemeine Zeitung, la voce più autorevole della comunità finanziaria tedesca, oggi dedica l’apertura proprio a quanto sta accedendo a Roma con un interrogativo eloquente: «Fino a quando l’Italia potrà permetterselo?». La Faz si mostra preoccupata proprio dalla svolta impressa agli avvenimento questa mattina, quando il rendimento dei titoli di stato italiani a breve termine è balzato dallo 0,8% al 2,3%: «Questo è il sintomo di una crisi di prim’ordine perché in tempi normali...questi titoli non divergono all’interno dell’area euro. Non c’era un divario tanto grande dai tempi della crisi del 2012» di Claudio Del Frate

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TERREMOTO NEL PD! Il capo della cooperativa “29 giugno” intercettato conferma versamenti diretti alla Open di Marco Carrai oltre che per le cene.

Il tesoriere: “Restituiti dopo l’arresto”

 

 

Per partecipare alla cena con Renzi “ho versato 15mila euro al Pd e 5mila alla Leopolda”. 

Salvatore Buzzi, sodale di Massimo Carminati nel Mondo di mezzo, fa il conto di quanto gli è costato sedersi a tavola a poca distanza dal premier.

Lo dice lui stesso nel corso di una telefonata intercettata due giorni dopo l’evento.

Dalle carte dell’inchiesta Mafia Capitale 2 emerge una nuova verità sulla presenza di Buzzi alla serata di raccolta fondi del Partito democratico organizzata dal segretario Matteo Renzi la sera del 7 novembre 2014 al Salone delle Tre Fontane di Roma: il ras della cooperativa 29 Giugno non ha versato solamente 10mila euro come era emerso lo scorso dicembre dalla prima ondata di arresti nella Capitale.

Non solo: oltre ai soldi al Pd spunta un nuovo versamento da 5mila euro effettuato alle casse della Fondazione Open, la cassaforte personale del premier guidata dal fidato Marco Carrai e dall’avvocato Alberto Bianchi nonché dal ministro delle Riforme e rapporti con il parlamento Maria Elena Boschi e da Luca Lotti, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’editoria e segretario del comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe).

Nel pomeriggio del 6 novembre Guarany telefona a Buzzi dicendogli di chiedere i dettagli della serata a Lionello Cosentino, ultimo segretario del Pd di Roma, commissariato da Matteo Orfini lo scorso dicembre. “Orario della cena e come ci sediamo?”. 

Buzzi esegue e comunica anche i nomi dei presenti: “Io, Guarany, Nanni (l’allora direttore generale di Ama, la municipalizzata romana per l’ambiente, Giovanni Fiscon, ndr)”.

Tutti e tre ora sono in carcere ma quella serata andò benissimo tanto che i tre continuarono a parlarne nei giorni successivi.

La mattina dell’8 novembre alle ore 11.14 Buzzi svela a Fiscon di aver fatto due versamenti diversi per poter partecipare alla cena: 15 mila euro al partito e 5 mila a Renzi per la Leopolda.

Oltre ai riscontri bancari dei versamenti gli inquirenti riportano il messaggio inviato a Buzzi il pomeriggio prima della cena dall’onorevole Micaela Campana con gli estremi per il pagamento al Partito democratico: “c/c intestato a Partito democratico presso: Banca Intesa San Paolo Spa Iban IT 47T0306903390680300093335 Causale: Erogazione liberale”.

Messaggio che poi Buzzi gira al commercialista Paolo Di Ninno.

Una volta ricevuto il messaggio del buon esito dell’operazione il patron delle coop dava “conferma del bonifico appena effettuato” alla stessa Campana.

Quando nel dicembre 2014 dalle carte dell’inchiesta Mafia Capitale emerse che Buzzi aveva versato 10 mila euro al Pd, il tesoriere del partito Francesco Bonifazi si era impegnato a rendere trasparenti i versamenti ricevuti alle due cene di raccolta fondi organizzate a Milano e Roma.

Dopo una settimana di insistenze da parte della stampa e di richieste di informazioni, Bonifazi comunicò che la sera del 7 novembre con l’evento nella Capitale il Pd aveva registrato 840 adesioni, 441 bonifici per un incasso complessivo di 770.300 euro per poi fare marcia indietro sull’annunciato elenco dei benefattori: “Ferma restando l’intenzione del partito di dare massima trasparenza alla cena di finanziamento esistono ostacoli oggettivi legati alla normativa sulla privacy e sulla divulgazione dei dati”.

Ora, a distanza di sei mesi e con altri 44 arresti che hanno coinvolto l’intero Pd capitolino e fatto emergere persino una richiesta di soldi diretta a Buzzi per pagare gli stipendi del partito da parte del tesoriere cittadino,Carlo Cotticelli, la necessità di trasparenza appare ancora maggiore.

La legge sulla privacy a tutela di quanti finanziano movimenti e fondazioni politiche è spesso usata come paravento per coprire i benefattori come ha detto lo stesso Renzi nelle settimane successive allo scandalo promettendo un intervento legislativo per attuare una reale trasparenza.

Il premier, del resto, conosce bene la materia considerato che dal 2007 a oggi ha avuto due associazioni (Noi Link e Festina Lenta) e due fondazioni (Big Bang e Open) attraverso le quali ha raccolto circa quattro milioni di euro e dei quali solamente si conosce la provenienza di appena il 40%.

Ma dei cinquemila euro versati da Buzzi alla Open “ce ne siamo accorti”, afferma Alberto Bianchi, tesoriere della fondazione contattato il 10 giugno dal Fatto.

“Mi sono insospettito per quel nome ‘coop 29’ indicato nella voce mittente del bonifico, ma era incompleto”, spiega.

“Dopo gli arresti di dicembre però non volevamo lasciare nulla al caso, ovviamente il clamore era enorme e così ho deciso di proporre al cda di restituire quel versamento: nel dubbio meglio agire radicalmente, così poi è stato deciso con unanimità nel corso di un apposito cda”.

Noi, aggiunge Bianchi, “siamo da sempre più trasparenti possibile e spesso abbiamo per questo anche perso dei finanziatori”.

Anche Buzzi se ne fa vanto.

Lo dice ai pm. “Noi non abbiamo mai finanziato illegalmente la politica, ma tutto legalmente: Rutelli,Veltroni, Alemanno, Marino, Zingaretti, Badaloni, Marrazzo, tutti praticamente, anche Renzi: tutti contributi dichiarati in bilancio”.

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Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Da http://www.tg-news24.com/2018/05/13/terremoto-nel-pd-risultano-versamenti-di-buzzi-da-5mila-euro-alla-fondazione-di-renzi-e-da-15-mila-al-pd-2/amp/

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Il segretario regionale della Uil Santo Biondo da inizio alle degnazioni delle illogicità di Oliverio che sembra non si legga i discorsi che gli preparano.

Infatti commentando l’intervento del governatore nelle celebrazioni per il Primo Maggio dice che : «Con quel discorso ha preso a schiaffi se stesso»

Ecco il testo riportato da Il Corriere della Calabria:«Ho letto e riletto l’intervento fuori programma del governatore Oliverio alla Montagnella di Carfizzi, in occasione della festa del Primo Maggio. Mi sono impegnato a farlo perché volevo saziare la mia stupita curiosità. L’ho fatto perché avevo intenzione di capire se quelle parole fossero state proferite proprio dal presidente della giunta regionale o da uno dei tanti sindacalisti o dei tantissimi lavoratori presenti a Carfizzi».

È quanto afferma, in una nota, il segretario generale della Uil calabrese, Santo Biondo.

«Quelle parole dette dal presidente Oliverio, infatti – prosegue Biondo – mi sono parse da subito paradossali.

Era come se il capo del governo regionale stesse abiurando se stesso e il proprio lavoro quadriennale, come se volesse salire a bordo di una macchina del tempo per cancellare gli ultimi quattro anni di storia legislativa calabrese, come se fosse quello il primo giorno di una dura campagna elettorale avviata per portare il centrosinistra al governo della Calabria. Mario Oliverio pronunciando quel breve discorso ha preso a schiaffi se stesso.

Ha buttato alle ortiche quel poco che la sua squadra di governo è riuscita a fare in questi anni. Ha ammesso la bancarotta delle sue politiche. Ha detto a chiare lettere che il suo passaggio ai piani alti della cittadella di Germaneto è stato fallimentare».

«Le sue parole sono risuonate irreali – dice ancora Biondo – fuori contesto, quasi fossero pronunciate da un marziano della politica.

Che il lavoro sia uno dei problemi più importanti di questa terra lo sanno anche i muri.

Che sia necessario ottenere un piano nazionale di interventi straordinari lo stiamo sostenendo da tempo, tanto che siamo scesi in piazza il 16 novembre dello scorso anno, insieme alla Cgil, per portare all’attenzione della giunta regionale una piattaforma analitica su cosa serve alla Calabria per uscire dalla crisi profonda in cui è precipitata.

Da quel documento bisogna far ripartire il confronto costruttivo con le organizzazioni sindacali ma, sino a oggi, il governatore ha fatto finta di non capire il messaggio lanciato dalla piazza del 16 novembre. La situazione della Calabria non è migliorata, questa terra non ha bisogno di comizianti fuori posto, questa regione non può attendere a lungo un concreto cambio di passo».

«Al presidente Oliverio, che ha insistito sulla necessità di un piano nazionale di interventi – sostiene ancora il segretario generale della Uil calabrese – vorremmo ricordare che il Masterplan tutto è tranne che un piano straordinario, rappresentando, invece, solo una riorganizzazione di risorse messe già a disposizione della Calabria da quel governo sostenuto da un partito, il Pd, di cui egli stesso è esimio rappresentante in terra calabra.

Davanti allo stallo amministrativo alla Regione ribadiamo con forza la nostra idea che l’ultima fase politica del governo regionale debba essere finalizzata alla realizzazione di un programma di fine legislatura che sia basato su pochi e qualificati punti, utili al rilancio produttivo, economico e sociale della nostra terra.

Intanto, la Calabria ha bisogno di vedere realizzata la tanto attesa legge regionale sulla stabilizzazione del precariato. Dovrebbe, poi, ritornare all’attenzione del governo regionale il destino del porto di Gioia Tauro. Su questa importante infrastruttura si sta giocando una partita delicata. Mct e Msc avevano preso degli impegni con il Governo, che per il momento è ancora in carica, ma questi non sono stati rispettati».

«In ultimo, ma non per ultimo – conclude Biondo – ricordiamo al governatore Oliverio che il settore della forestazione ancora aspetta la sottoscrizione del Contratto integrativo regionale che era stata strumentalmente promessa dal presidente della giunta a poche ore dalla mobilitazione del 16 novembre dello scorso anno e, ad oggi, sparita dal ragionamento del governatore».

Pubblicato in Calabria

bandiera-italianaSperiamo che me la cavo, dice il “guagliune” napoletano appena uscito dal colloquio col Presidente della Repubblica Mattarella. Vuole a tutti i costi diventare Presidente del Consiglio. Vuole passare alla storia come il più giovane Premier della Repubblica Italiana.. Alle elezioni politiche del 4 marzo scorso il suo Movimento ha preso il 33% dei voti validi, non sufficienti però per formare da solo un nuovo governo. Ha bisogno di un altro partito, di destra o di sinistra, che faccia da stampella. Ha tentato di coinvolgere Matteo Salvini. Non c’è riuscito perché il leader leghista fino adesso ha tenuto duro, non ha voluto tradire la coalizione di centro destra e Berlusconi in particolare. Ora, però, dopo il fallimento con la Lega, Di Maio vuole coinvolgere il Pd, il partito che dalle urne è uscito sconfitto e umiliato. Quel partito che per cinque anni ha dovuto subire rampogne, umiliazioni, contumelie, insulti volgari, offese da Grillo, Di Maio, Di Battista e altri. Per loro i piddini erano mafiosi, schifosi. Erano delle merde, dovevano morire. La senatrice che diceva queste cose ieri sera è apparsa in televisione e non si è pentita delle parole pronunciate contro gli esponenti del Partito Democratico col quale ora vuole fare un nuovo Governo. Ma davvero le liti e le offese saranno facilmente dimenticate? Per il bene del Paese? No! Per il tornaconto personale di alcuni deputati e senatori che non vogliono perdere la comoda poltrona di Ministro. Franceschini che non vuole lasciare la poltrona di Ministro e aspira a diventare Presidente della Camera se Fico dovesse diventare Primo Ministro. Veltroni e Fassino alla spasmodica ricerca di un incarico di prestigio. Ma Veltroni non è quello che doveva abbandonare l’Italia quando venne sconfitto da Berlusconi e andare lontano lontano? Sì, è proprio lui. Doveva partire per l’Africa. Evidentemente neppure in Africa lo hanno voluto. Fassino, invece, è disoccupato e anela ad un posticino di prestigio, Di Maio permettendo. Di Maio, guagliune molto furbo e scaltro, ha dimenticato il torbido passato e guarda al futuro e cerca di trovare una intesa con quel che resta del Pd e con il reggente Martina, possibilmente con il bene placito di Matteo Renzi, che fino ad ieri è stato zitto. La strada è stretta e lunga, comunque, ci sta tentando, anche perché se si dovesse andare di nuovo al voto con la stessa legge elettorale difficilmente uscirebbe dalle urne un vincitore. Resta, però, ancora una probabile intesa con Matteo Salvini dopo il voto del Friuli Venezia Giulia. Dipende dal risultato elettorale. Per un accordo col Pd Di Maio dirà sicuramente sì a tutte le proposte che faranno i piddini salvo poi tirare loro un bel calcio nel sedere quando non ne avrà più bisogno. Ha in mente una sola cosa e non ci dorme la notte. Vuole Palazzo Chigi. Lo hanno capito pure le mosche che gli ronzano attorno. Non ci sono ostacoli quando c’è un nobile fine da raggiungere. E poi si ricorda di Macchiavelli quando dice che il fine giustifica i mezzi. E’ propenso a coinvolgere gli attuali Ministri Franceschini, Fedele, Lorenzin e perché no? Anche il desaparecido Angelino Alfano. Quest’ultimo ha fatto da stampella a Renzi e Gentiloni, continuerebbe anche con Di Maio. Che c’è di male. Che male c’è. Ma nel Pd che fu di Renzi, Bersani, Veltroni, Fassino, D’Alema, la confusione oggi regna sovrana e c’è pure spazio per un gigante della politica italiana, quel Pierferdinando Casini che nella sua lunga vita di parlamentare ha fatto casini a non finire. Ha cambiato partiti e schieramenti politici una decina di volte. Riporta “Repubblica” la dichiarazione fatta da questo illustre parlamentare:- Il Pd è davanti a scelte drammatiche. Ha bisogno del suo leader-. E chi sarebbe il leader? Ancora una volta Matteo Renzi uscito sconfitto dalle urne nel referendum costituzionale e nelle elezioni politiche del 2018. Ma Casini pensa ai fatti suoi. Se si dovesse andare di nuovo a votare chi garantirebbe per lui una nuova candidatura ed in un collegio blindato? Casini, come del resto tutti i nuovi parlamentari appena eletti due mesi fa, sono terrorizzati ora che lo spauracchio delle elezioni anticipate bussa alle porte. E così Casini, come del resto gli altri parlamentari porta borse, bussano alla porta dei grillini:- Per favore, fateci entrare. Non daremo fastidio. Staremo buoni buoni. Fate la carità ad un povero cieco!- Sì, sono diventati non solo ciechi, ma sordi e muti. Direbbe Dante Alighieri:- Ahi serva Italia, di dolore ostello. Nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello -. Che Iddio ce la mandi buona! Cosa possa unire il programma dei grillini e quello del Pd per me è un mistero. Tre punti soltanto, però, ci sono e sono l’antiberlusconismo, il famoso conflitto di interesse e le poltrone. Solo questi tre punti potrebbero avvicinare Pd e Movimento 5 Stelle. Ahi Italia, asservita agli interessi di uomini faziosi, ignoranti, qualunquisti, senza aver mai lavorato, luogo di sofferenza, priva di un governo autorevole, stabile e duraturo, 200 mila insegnanti che fra non molto perderanno il posto di lavoro, le nostre coste invase da immigrati africani, le nostre scuole frequentate da alunni delinquenti incalliti, dove i professori e le maestre non sanno più reagire, i pronto soccorsi intasati, malati curati per terra, per una visita medica in ospedale bisogna aspettare mesi e mesi, le nostre città invivibili ed inospitali. A Di Maio, a Renzi, a Martina, a Di Battista, a Mattarella e agli altri questo vorrei dire usando una terzina di Dante Alighieri:- Vieni a veder la gente quanto s’ama! / e se nulla di noi pietà ti move, / a vergognar ti vien de la tua fama-.

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elezioni regionali urnaIl 22 aprile si è votato nella più piccola regione italiana e il centro destra ha conquistato la Regione che fino ad ieri era governata da una coalizione di centro sinistra. Anche in questa piccolissima regione è continuata la parabola discendente del Pd il quale è sceso al di sotto del 10%. Ma quello che più mi preme sottolineare è che Il Movimento 5 Stelle che alle ultime elezioni politiche del 4 marzo scorso era risultato il primo partito è stato sonoramente sconfitto e nel giro di appena due mesi ha perso ben sette punti. Questo significa: Addio sogni di gloria per Di Maio, aspirante Primo Ministro, il quale aveva puntato sull’elezione del candidato grillino a Governatore della Regione Molise. Il risultato ottenuto dai grillini significa oltretutto che il voto di protesta degli elettori si è fermato e che essi hanno capito di che pasta sono fatti: incapaci ad amministrare una regione, figuriamoci a governare una nazione come l’Italia. E’ dunque chiaro a tutti ormai, ma forse sarebbe meglio aspettare le votazioni della prossima settimana in Friuli Venezia Giulia e un’altra vittoria del centro destra, che il clima è molto favorevole a Matteo Salvini che a Di Maio. Quest’ultimo si aspettava che il Molise fosse la prima Regione italiana conquistata dai grillini, invece si ritrova con un candidato sconfitto al di sotto del 40%. L’ambizione dei 5 Stelle che ambivano ad eleggere il loro primo Governatore per continuare a chiedere con maggiore insistenza il ruolo di Premier per Di Maio si è sciolta come neve al sole di aprile. Dalle urne è uscito un centro destra vincente, compatto, più frizzante del previsto, e il partito di Berlusconi anche se di poco è risultato il primo partito della coalizione. Questo dato di fatto ha scombussolato i piani segreti di Matteo Salvini e di Di Maio. Il 4 marzo scorso Di Maio ebbe facile gara nel promettere agli elettori italiani il reddito di cittadinanza e gli elettori del Sud hanno abboccato, gli hanno creduto e gli hanno dato il voto. Subito dopo, però, sono rimasti delusi e presi in giro. Si sono recati in massa nei vari comuni alla ricerca dei moduli per incassare subito il reddito promesso, il sussidio gratis, e non trovandoli hanno capito subito la bufala del guagliune napoletano dal sorriso smagliante e in Molise l’hanno punito. Scomparso il reddito di cittadinanza dal contratto che voleva firmare con un suo eventuale alleato, Lega o Pd pari sono, sono scomparsi anche i voti. In questo lasso di tempo che ci separa dal 4 marzo Di Maio ha voluto fare lo spaccone, il puro, il prezioso, l’incontaminato, l’incorruttibile, l’uomo dalle mani pulite che non se l’avrebbe mai sporcate andando a governare l’Italia con gli altri e ora si trova impelagato nella palude dei tatticismi e dei veti incrociati e siamo arrivati alla conclusione che se vuole diventare Premier dovrà ingoiare molti rospi e deve fare i conti col “delinquente” Berlusconi, col “condannato Berlusconi, col male assoluto. Ora che ha fatto la prima donna per due mesi dovrà scendere dal piedistallo, dovrà prendere un vecchio pallottoliere che si usava una volta nella scuola elementare e incominciare a fare i conti e vedrebbe che per governare l’Italia i voti di Forza Italia sono indispensabili. Il successo ottenuto nelle elezioni del 4 marzo gli ha annebbiato il cervello. E proprio questo insperato successo sarà la sua rovina. Un movimento basato soltanto sulla protesta, senza radici nella storia, né ancoraggio ideologico, non potrà avere un domani. Ma ciò non toglie che oggi ha un presente. Infatti il Presidente della Repubblica Mattarella ha dato mandato esplorativo al Presidente della Camera con il compito di verificare se sia possibile una intesa di maggioranza parlamentare col Pd, uscito dalle elezioni politiche sconfitto e umiliato, a formare un nuovo governo. Impresa alquanto difficile. Sperano molto nel successo i vari Franceschini e Co. che non vogliono mollare la comoda poltrona.

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