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Parliamo della sommossa di Paola del 1736

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Nel 1736 la Camera Marchesale decise di imporre una nuova gabella sulla macina dei grani, precisamente 3 carlini per tomolo di grano e 2 carlini per tomolo di grano d’india.

Tale tabella costituiva il cespite più gravoso, pari quasi al doppio della tassa cives che colpiva direttamente i fuochi.

Al tempo c’erano 7 gabelle che davano poco più di un sesto della gabella della macina.

La introduzione della gabella avvenne con il consenso degli amministratori delle università.

Contro questa gabella si mosse la protesta della popolazione.

Inizialmente si tentò di chiedere l’intervento regio per ridurre il peso fiscale.

Poi la situazione sfuggì di mano ed il 5 novembre 1736 a Paola si verificò una sommossa.

La città era governata dagli Spinelli, una famiglia al culmine della potenza politica, i quali erano anche principi di Cariati e di Scalea, e Giuseppe, fratello del Marchese di Fuscaldo, era cardinale arcivescovo di Napoli nel 1735.

La popolazione, colpita dalla pressione fiscale, si riversò sulle strade guidata da Francesco e Nicola Barone e dal chierico Mazzei.

La sommossa durò due mesi, durante i quali furono incendiate le case dei notabili e dei gabellieri feudali.

Tanto potenti da spingere Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III, a parlare di Spinelleria, specialmente quando nel 1746 l'arcivescovo chiese la restaurazione del Santo Uffizio ed ottenne dal re Carlo un deciso rifiuto.

Il feudatario Tommaso Francesco Spinelli su costretto ad asserragliarsi nel castello.

Poi , il 6 gennaio 1737, cessò, grazie all'intervento del clero locale.

I capi della sommossa si riunirono nel collegio dei Gesuiti e qui il padre lettore catalano arringò la folla esortandolo alla pace.

I capi della rivolta furono tutti arrestati.

La repressione della rivolta di Paola fu violenta ed il capo degli insorti, Nicola Barone, fu tradotto a Cosenza e condannato a morte.

Gli altri furono condannati a pene più lievi ma vennero strapazzati e “de fatto martoriati” dal marchese Spinelli

La gabella sulla macina dei grani.

Il termine “Gabella” (dall’arabo dialettale gabēla, variante di qabāla – lett. “versamento” -, passando per il latino medievale gabulum) indicava, nel diritto tributario all’origine in Francia e in Italia, le imposte indirette sugli scambi e sui consumi di merci. Erano riscosse da esattori particolarmente invisi alla popolazione, i gabellieri, figura a metà fra l’ufficiale pubblico e il libero concessionario in proprio.

Le gabelle sui generi alimentari di prima necessità (grano ecc.) erano spesso applicate in maniera onerosa ed abusiva.

Tristemente famosa era la gabella sul sale, istituita in Francia nel XIV secolo. La gabella emigrationis era la tassa corrisposta da un emigrante per il capitale che portava con sé. La gabella hereditatis era la tassa dovuta per mandare all’estero un dono o un’eredità.

Redazione TirrenoNews

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